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Io e la Torres – Le storie di torresini in giro per l’Italia e per il mondo

Inauguriamo oggi una nuova rubrica che ci accompagnerà in questa stagione sportiva. Sono le vostre storie, quelle di tifosi lontani da Sassari e dalla Torres ma vicini, vicinissimi, ai nostri amati colori.

Il giornale delle cinque

«Sono felice che sia tornato il pubblico all’Acquedotto e che ci sia attenzione verso la squadra. Ho sempre pensato, se un giorno la Torres dovesse sparire dall’immaginario collettivo della città di Sassari,  sparirebbe anche dalla loro vita. E sarebbe una squadra qualsiasi, non quello che è. Lo vedo anche con i libri. Io mi dispero quando chiude una libreria perché si rischia di far sparire il libro dalla fantasia delle persone».

Fabio Gabrielli è nato e cresciuto a Milano, per lavoro dirige il catalogo giuridico della Zanichelli. Ha tre figli, nati e cresciuti a Milano. E sono tutti tifosi della Torres. Il perché è una storia di famiglia che ci racconta con l’affetto e lo stupore di chi la città di Sassari l’ha vissuta attraverso il ricordo: «La mia mamma è una ragazza di via Manno. Viveva con i suoi genitori in un antico palazzo del centro. La parte della sua famiglia è sempre stata l’unica ad occuparsi di calcio ed erano tutti grandi torresini. Suo papà, Simone Cicu, è stato uno dei primi segretari della Polisportiva Sef Torres 1903, difatti il suo nome compare negli elenchi degli anni ‘20 del novecento. Nasce tutto così, dalle immagini che avevo da bambino e perché se ne parlava in casa quando facevo visita in Sardegna. Posso dire che la Torres abbia sempre rappresentato l’unica squadra di calcio della mia vita».

L’inizio della storia spiega, in parte, perché nel suo ufficio campeggi un gagliardetto della Torres  e perché spesso a lavoro, durante i freddi inverni milanesi, ci vada con la cuffietta targata rossoblù, ma a volte non basta; bisogna essere caparbi anche nel tifo.

«A mio padre non interessava proprio il calcio. Quando venivo a Sassari mi ci portava mio nonno alla Torres e da bambino l’ho vista poche volte giocare. Delle mie prime sortite all’Acquedotto ho pochi ricordi: la gara contro Rimini, anche una contro il Verbania. Erano gli anni ’70.  La cosa strana è che, andando avanti con gli anni, la misura di ogni stadio che ho visitato è sempre stata l’Acquedotto, come se quella immagine fosse sempre la più nitida.

Crescendo e vivendo a Milano ho fatto davvero molta fatica a seguirla perché non c’erano, ovviamente, tutte le possibilità di oggi, tra internet, radio, giornali on line.

Eppure, non so dire perché, non ci ho mai rinunciato.

Ricordo perfettamente il giorno in cui scoprii che sul Corriere dello Sport si potevano leggere i tabellini delle gare firmati dal giornalista Pironti, il papà di Fiorentino Pironti, lo stesso che scrisse un bel libro sulla Torres. E fu una prima scoperta bellissima perché così potevo imparare almeno i nomi dei giocatori. Ma non solo. Qualche anno dopo venni a sapere che a Milano c’era un posto, in piazza della Scala, che vendeva La Nuova Sardegna. Fu un momento importante perché da allora, tutti i giorni,  finito di studiare, andavo in bicicletta in quell’edicola per comprare il giornale e leggermi gli articoli sulla Torres. Arrivava puntuale alle cinque del pomeriggio».

Milano. Due squadre in serie A e uno stadio che chiamano la Scala del calcio. Eppure davvero nulla ha scalzato dagli affetti questo amore.

«In effetti a Milano sarebbe stato molto più facile seguire il Milan o, che so,  l’Inter di Mazzola. Ma non c’è stato modo, non mi è mai interessato. Ci ho ragionato su ed è stato determinante proprio l’imprinting che ho avuto da bambino. Da una parte vivevo con un buco, perché ho sempre amato il calcio e senza potere vedere la tua squadra e senza informazioni era davvero difficile. Però potevo immaginare.

Leggevo quei tabellini e  disegnavo la squadra come secondo me doveva essere messa in campo. Guardavo i numeri di maglia e pensavo, è il 4, sarà il mediano! Mi ricordo un Rotili…».

Poi arrivano i figli.

«Mi sono subito detto, pensa che disgrazia se mi diventano interisti o milanisti o tifosi di qualsiasi altra squadra. In realtà quando ho cominciato a venire a Sassari per lavoro ho iniziato, sin da subito, a comprargli le maglie ufficiali; li vestivo di tutto punto e se li portavo al campetto loro giocavano in completo rossoblù. Per anni, tutte le volte che sono andato a vederli a Milano nelle loro squadre (due fanno calcio e uno basket), mi portavo dietro il cuscino della Torres. Forse è così che gli ho trasmesso questa passione.

Addirittura il più grande dei miei figli ha preso la mia stessa abitudine di mettere su carta la formazione, ne parliamo tra di noi e l’interesse è sempre vivo».

E oggi?

«Per fortuna ora internet ci aiuta tantissimo, le informazioni ci arrivano in modo regolare, ascoltiamo la partita alla radio. Stiamo seguendo quello che succede. Ho visto il modulo che usiamo, sugli acquisti mi sono documentato. Tutte le volte che posso, quando rientro in città, torno allo stadio. Negli anni scorsi avevo visto anche qualche bel giocatore. Io sono un patito delle ali, la corsa sulle fasce e i cross in area.  Se posso parlare di Torres con qualcuno fa sempre un gran piacere, anche vivendo lontani. Tempo fa, quando arrivò Bacci in panchina, chiesi ad un amico che aveva giocato con lui nella Roma che tipo fosse. Il mio amico era Carlo Petrini, lo scrittore.

In parte è davvero inspiegabile, se ci penso razionalmente, ma la Torres è sempre stata nella mia vita; lo è tuttora. L’anno scorso ho fatto l’abbonamento ma non ho visto nemmeno una partita, record negativo! Ma quest’anno ci riprovo».

 

 

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